giovedì 14 febbraio 2013

La mia nonna le chiamava "Patate alla dauphinoise"


E qui vi stupisco. Ricetta dopo ricetta, chilo dopo chilo, Mamma Simo sta diventando un'esperta di cultura culinaria, si fa per dire.
Intorno a questo piatto vi è non solo la tradizione della mia famiglia e in particolare della mia nonna che visse per alcuni anni in Francia, prima della seconda guerra mondiale, ma una storia legata alla regione francese del Delfinato (di qui il nome).
Il piatto a base di patate e crème fraîche (panna acida) che nacque in questa antica regione francese vicina al Piemonte, in origine si chiamava Gratin dauphinois.

La versione che vi propongo, con il Groviera, assente nella ricetta originale, si chiamerebbe Gratin savoyard, ma io continuo a chiamarle Patate alla dauphinoise, perché è così che le chiamava la mia nonna, che le cucinava divinamente, dorate, morbide e grondanti formaggio fuso e latte...

Le patate migliori da utilizzare pare siano le Monalisa (si scrive proprio così, con una enne sola e tuttoattaccato) e le Charlotte, ma io non sono così raffinata e uso quelle che trovo in casa, purché siano a pasta gialla.

La mia collega FC, esperta cuoca, le ha personalizzate (lei proprio non ce la fa a seguire le ricette alla lettera) utilizzando, al posto del groviera, il raschera dop (ha inventato il Gratin monregaleis**). Questo è il bello del piatto, che si presta a molte varianti in base al gusto personale.
Dato che non ho la creatività di FC, ecco pari pari la ricetta, poi fate voi.

Ingredienti
1 Kg patate
200 gr Groviera (oppure Emmental)
2 uova intere bio di eco-gallina ruspante
70 gr burro
300 ml latte intero
250 ml panna liquida 
noce moscata
sale 

Preparazione
Tagliare a rondelle le patate (non troppo sottili, non troppo spesse, la solita via di mezzo che è sempre la migliore e non solo in cucina...divento ogni giorno più saggia, sarà lo yoga?).


Imburrare una pirofila da forno e disporre un primo strato di patate, poco sale, aggiungendovi sopra dei fiocchetti di burro e il Groviera. A questo proposito, la ricetta dice di grattugiarlo, io che sono grossolana lo taglio a fettine sottili ma, a dire il vero, mi piace anche di più, quando lo mangio, sentire la fetta filante...


Preparare così più strati (a me, con queste dosi, ne escono 3 ma dipende anche dalla teglia che utilizzerete). Terminare con il formaggio e i fiocchi di  burro.



In una ciotola sbattere le uova con il latte, la panna, la noce moscata e il sale. Versare questo composto che coprirà quasi completamente le patate. 

Infornare a 180°C per circa 1 ora e 1/2. Sarà pronto quando vedrete il composto denso e le patate dorate in superficie.



Una bella botta per il colesterolo, ma una goduria assicurata.
...Come dicono i francesi, Bon appétit!






**monregaleis=monregalese, cioè di Mondovì

martedì 12 febbraio 2013

Elsa Morante scrisse...e la storia pare ripetersi



Due anni fa girava già parecchio in rete. Oggi nuovamente l'ho ricevuta via mail.
Grazie ad alcuni tagli, la pagina pare descrivere un noto personaggio dei nostri tempi. Che sia ormai un luogo comune, non basta a non farci venire i brividi.

E' una pagina di diario scritta da Elsa Morante il 1° maggio 1945, poi pubblicata:
Paragone Letteratura, n. 456, n.s., n.7, febbraio 1988;
Opere (Meridiani), Milano 1988, vol. I;
Alfonso Berardinelli, Autoritratto italiano, Donzelli, 1998.

Ne riporto il testo integrale:

"Mussolini e la sua amante Clara Petacci sono stati fucilati insieme, dai partigiani del Nord Italia.

Non si hanno sulla loro morte e sulle circostanze antecedenti dei particolari di cui si possa essere sicuri. Così pure non si conoscono con precisione le colpe, violenze e delitti di cui Mussolini può essere ritenuto responsabile diretto o indiretto nell’alta Italia come capo della sua Repubblica di Sociale. Per queste ragioni è difficile dare un giudizio imparziale su quest’ultimo evento con cui la vita del Duce ha fine.



Alcuni punti però sono sicuri e cioè: durante la sua carriera, Mussolini si macchiò più volte di delitti che, al cospetto di un popolo onesto e libero, gli avrebbe meritato, se non la morte, la vergogna, la condanna e la privazione di ogni autorità di governo (ma un popolo onesto e libero non avrebbe mai posto al governo un Mussolini). Fra tali delitti ricordiamo, per esempio: la soppressione della libertà, della giustizia e dei diritti costituzionali del popolo (1925), la uccisione di Matteotti (1924), l’aggressione all’Abissinia, riconosciuta dallo stesso Mussolini come consocia alla Società delle Nazioni, società cui l’Italia era legata da patti (1935),la privazione dei diritti civili degli Ebrei, cittadini italiani assolutamente pari a tutti gli altri fino a quel giorno (1938).



Tutti questi delitti di Mussolini furono o tollerati, o addirittura favoriti e applauditi. 
Ora, un popolo che tollera i delitti del suo capo, si fa complice di questi delitti. Se poi li favorisce e applaude, peggio che complice, si fa mandante di questi delitti. Perché il popolo tollerò favorì e applaudì questi delitti?

Una parte per viltà, una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse o per machiavellismo. Vi fu pure una minoranza che si oppose; ma fu così esigua che non mette conto di parlarne. 

Finché Mussolini era vittorioso in pieno, il popolo guardava i componenti questa minoranza come nemici del popolo e della nazione, o nel miglior dei casi come dei fessi (parola nazionale assai pregiata dagli italiani). Si rendeva conto la maggioranza del popolo italiano che questi atti erano delitti? Quasi sempre, se ne rese conto, ma il popolo italiano è cosìffatto da dare i suoi voti piuttosto al forte che al giusto; e se lo si fa scegliere fra il tornaconto e il dovere, anche conoscendo quale sarebbe il suo dovere, esso sceglie il suo tornaconto. Mussolini, uomo mediocre, grossolano, fuori dalla cultura, di eloquenza alquanto volgare, ma di facile effetto, era ed è un perfetto esemplare e specchio del popolo italiano contemporaneo.


Presso un popolo onesto e libero, Mussolini sarebbe stato tutto al più il leader di un partito con un modesto seguito e l’autore non troppo brillante di articoli verbosi sul giornale del suo partito. Sarebbe rimasto un personaggio provinciale, un po’ ridicolo a causa delle sue maniere e atteggiamenti, e offensivo per il buon gusto della gente educata a causa del suo stile enfatico, impudico e goffo. Ma forse, non essendo stupido, in un paese libero e onesto, si sarebbe meglio educato e istruito e moderato e avrebbe fatto migliore figura, alla fine.

In Italia, fu il Duce. Perché è difficile trovare un migliore e più completo esempio di Italiano. Debole in fondo, ma ammiratore della forza, e deciso ad apparire forte contro la sua natura. Venale, corruttibile. Adulatore. Cattolico senza credere in Dio. Corruttore. Presuntuoso: Vanitoso. Bonario. Sensualità facile, e regolare. Buon padre di famiglia, ma con amanti. Scettico e sentimentale. Violento a parole, rifugge dalla ferocia e dalla violenza, alla quale preferisce il compromesso, la corruzione e il ricatto. Facile a commuoversi in superficie, ma non in profondità, se fa della beneficenza è per questo motivo, oltre che per vanità e per misurare il proprio potere. Si proclama popolano, per adulare la maggioranza, ma è snob e rispetta il denaro. Disprezza sufficientemente gli uomini, ma la loro ammirazione lo sollecita.Come la cocotte che si vende al vecchio e ne parla male con l’amante più valido, così Mussolini predica contro i borghesi; accarezzando impudicamente le masse. Come la cocotte crede di essere amata dal bel giovane, ma è soltanto sfruttata da lui che la abbandonerà quando non potrà più servirsene, così Mussolini con le masse. 

Lo abbaglia il prestigio di certe parole: Storia, Chiesa, Famiglia, Popolo, Patria, ecc., ma ignora la sostanza delle cose; pur ignorandole le disprezza o non cura, in fondo, per egoismo e grossolanità. Superficiale. Dà più valore alla mimica dei sentimenti , anche se falsa, che ai sentimenti stessi. Mimo abile, e tale da far effetto su un pubblico volgare.Gli si confà la letteratura amena (tipo ungherese), e la musica patetica (tipo Puccini). Della poesia non gli importa nulla, ma si commuove a quella mediocre (Ada Negri) e bramerebbe forte che un poeta lo adulasse. Al tempo delle aristocrazie sarebbe stato forse un Mecenate, per vanità; ma in tempi di masse, preferisce essere un demagogo.Non capisce nulla di arte, ma, alla guisa di certa gente del popolo, e incolta, ne subisce un poco il mito, e cerca di corrompere gli artisti. Si serve anche di coloro che disprezza. Disprezzando (e talvolta temendo) gli onesti , i sinceri, gli intelligenti poiché costoro non gli servono a nulla, li deride, li mette al bando.

Si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, e quando essi lo portano alla rovina o lo tradiscono (com’è nella loro natura), si proclama tradito, e innocente, e nel dir ciò è in buona fede, almeno in parte; giacché, come ogni abile mimo, non ha un carattere ben definito, e s’immagina di essere il personaggio che vuole rappresentare."



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