giovedì 31 gennaio 2013

Pranzo al sacco aziendale


Immagine tratta da www.bella24.it

Stamattina alle 7,30, mentre ero intenta a vestirmi-rifare i letti-urlare con Aladar per farlo alzare-stendere i panni sullo stendino davanti al termosifone-uffa che palle non poter stendere fuori…transito davanti alla tivvù dove parlano di me e altri 7 milioni di persone che ogni giorno si portano il cibo da casa per la pausa pranzo in ufficio.

Che bello , siamo in tanti allora! Pensavo di essere l’unica stordita ad arrivare in ufficio con ciotolini vari in plastica con gli avanzi della sera prima.
Ovvio che non ti metti la mattina alle 6,30 ai fornelli a prepararti la pasta. Quindi, in corsa, racimoli quel che trovi nel frigo: avanzi di riso, pasta, prosciutto (se le belve hanno avuto la decenza di avanzarne qualche fetta, cosa alquanto improbabile), due polpette, una mozzarella da 10 giorni in frigo con la crosticina gialla, un’insalata un po’ depressa.

Inoltre c’è la componente “mangio poco così dimagrisco”: è facile la mattina prendere iniziative di questo genere, perché non hai fame e sei in grado di pianificare un pasto sano ed essenziale.
Una sola fetta di pane. Nei miei periodi “bio” mi porto due gallette di mais.
Infine il frutto. In questa stagione è un problema, perché le arance colano sulla scrivania, le mele sono una palla da sbucciare, idem i Kiwi.

Ore 13,00: noi del pranzo al sacco ci mettiamo comodi; sposta i fogli sulla scrivania, che tanto non serve perché qualcosa inevitabilmente schizzerà e ti troverai la pratica più importante con una bella macchia d’olio. Sposta in avanti la tastiera e vai al microonde generosamente offerto dal Capo a riscaldare il cibo.
Nell’ufficio si diffonderà all’istante un odore di mensa, tipo quello che senti negli asili e quando arriveranno i colleghi (quelli che nella pausa pranzo vanno a casa o al self-service) ti guarderanno schifati: “Che puzza!”.
E tu vergognatissima: “Scusate, ieri sera ho cucinato il riso con il cavolfiore…”.

La pausa pranzo in definitiva si ridurrà a una frustrante ingozzata di avanzi davanti al pc che è pur sempre una tentazione…chi ce la fa a non farsi una nuotatina in Internet?
Alla fine non avrai staccato gli occhi dal video nemmeno 5 minuti, non avrai mangiato un tubo ma avrai ingurgitato metri cubi di aria e avrai appestato l’ufficio.
In compenso, tornerai a casa e ti sfonderai un pacco di biscotti.

Se infine volete farvi male fino in fondo, guardate qui quanti pericoli corriamo: bella24

lunedì 28 gennaio 2013

Il disastro globale e l'italiano come il cinese


Consiglio vivamente a chiunque debba iscrivere il proprio figlio alla prima elementare di informarsi sul metodo utilizzato nell’insegnamento della lettura e di evitare tassativamente di iscrivere il bambino in una scuola dove viene adottato il METODO GLOBALE.

Anche per bambini non affetti da dislessia, disortografia o disgrafia è un metodo disastroso che pare possa addirittura innescare vari disturbi evolutivi. 

Negli Stati Uniti è stato riconosciuto che la grande diffusione della dislessia è stata causata dall’introduzione, negli anni ’70, del metodo globale o visivo per insegnare a leggere e scrivere ai bambini, tanto che la stessa è stata denominata “dislessia educativa". Il metodo globale si è diffuso poi anche in Europa e in Italia. (leggi fonte).

In un convegno, un'autorevole esperta affermò che in Francia il metodo globale non viene più adottato e così in altri stati europei, ma in Italia come al solito siamo sempre un passo indietro. 
Comodo e veloce per gli insegnanti, il metodo globale, al contrario del metodo alfabetico, non inizia dalle semplici lettere e sillabe, ma propone la parola e la frase intera.

Ricordo ancora come un incubo quella specie di gnomo odioso chiamato “Tapichi”,il protagonista del libro di prima elementare, mio figlio lo detesta ancora!

Si partiva dalla frase:
“TAPICHI - VIVE - NEL -  FUNGO”

Poi ritagliando le singole parole, si costruiva la frase in svariati modi:

“NEL - FUNGO - TAPICHI - VIVE”…

”VIVE - TAPICHI - NEL - FUNGO”…

…“NEL - TAPICHI - FUNGO - VIVE”!

Secondo la teoria del metodo in oggetto, a un certo punto il meccanismo scatta e la lettura si automatizza…spesso però questo non accade!

In ufficio scrivevo, stampavo e ritagliavo. Poi proponevo a mio figlio i cartoncini e gli facevo costruire le frasi…
Provate voi a imparare ad esempio l’arabo così! Voglio vedervi.

Mio figlio, non riuscendo nella decodifica, imparò uno stratagemma che tuttora si porta dietro, purtroppo: tirare a indovinare.
Si insinuò in lui inoltre la convinzione che l’italiano fosse come il cinese, un insieme di strani simboli (le parole che lui non riusciva a decodificare) con significati misteriosi e complessi.

Nel mese di maggio della prima elementare eravamo ancora in questa drammatica situazione. Lui piangeva ogni giorno a scuola, non dormiva bene la notte, io non sapevo dove sbattere la testa.

Una sera, leggendo per lui prima della nanna, gli chiesi a bruciapelo di leggere una frase. Era una storiella sui dinosauri, la frase era più o meno questa:

“La mamma chiamò Dino perché era tardi e doveva andare a dormine”.

Lui guardò le immagini, ci pensò un po’ su poi “lesse”:

“La mamma è arrabbiata perché la cameretta è in disordine”.

Indovinò solo “la mamma”, ma non perché l’avesse letto!

Presa dalla disperazione, iniziai istintivamente a insegnargli a leggere con il metodo sillabico  e piano piano iniziò finalmente a capirci qualcosa…ma i problemi non erano finiti.

Eravamo solo in prima elementare e lui aveva imparato molte cose: che la scuola è frustrante, che non riusciva a imparare, che scuola=angoscia. 
Era iniziata per lui la grande scuola di frustrazioni, insuccessi e paure.




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domenica 27 gennaio 2013

Non diventiamo gli insegnanti dei nostri figli (se siamo milionari)



Ce lo dicono tutti gli esperti e hanno ragione. 
“Ricordatevi che il ragazzo ha molti insegnanti ma una sola madre e un solo padre. L’insegnante valuta, un genitore no” (qui il link dove scaricare la “guida genitori” dal sito dell’Associazione Italiana Dislessia).

Proprio ieri mio figlio mi dice (e notare che è in prima superiore): “Lo vedi mamma che quello che ci fa litigare è solo la scuola? Se non ci fosse ‘sta scuola del cavolo tu non mi avresti MAI sgridato”.
“Vabbè non esageriamo, non è che sei proprio un santo, scuola a parte. A proposito, togli i calzini sporchi dal pavimento e riordina ‘sta camera lurida e lavati che sembri un clochard!”.
“Un…che?” mi chiede lui con gli occhioni ingenui sbarrati.
“Un clochard, homeless, senzatetto…BARBONE!”.
"Sìììì....sììììì...te l'ho già detto che hai dei problemi, vero ma'?!"

Però in parte ha ragione. Da quando non capivo quale problema ci fosse e ho urlato e tirato di tutto, dai libri al cellulare, a quando ci ritrovavamo alle otto di sera ancora lì con i compiti da finire, alle domeniche trascorse interamente sui libri.

La mamma deve fare la mamma, non l’insegnante!
Il ragionamento non fa una grinza, il problema è che, se alle elementari può essere sufficiente una sola persona per l’aiuto quotidiano a casa, già alle medie bisogna ricorrere a più insegnanti, uno per italiano, uno per inglese, uno per matematica…non parliamo delle superiori tra fisica, chimica, latino…

Facciamo due conti?
Presto fatto, considerando che oggi un insegnante costa mediamente dai 10 ai 20 euro l’ora (quelli onesti), fatevi un conticino settimanale e mensile considerando 2/3 ore al giorno per 5 giorni la settimana. Un bel budget, non c’è che dire. Uno stipendio che se ne va così.
Se non siete ricchi, non ve li potete permettere, ergo tiratevi su le maniche, rispolverate le vostre nozioni e studiate con i vostri figli.
Non sarete mai gli insegnanti dei vostri figli in ogni caso, anzi il rapporto con loro si consoliderà quando, superati i primi duri periodi, diventerete complici.

Il lato positivo c’è sempre e comunque: scoprirete inoltre quante cose avete dimenticato, ristudierete gli Assiri e i Babilonesi, le avventure di Ulisse e quei  pallosissimi Promessi Sposi, poi vi cimenterete con monomi polinomi e triangoli scaleni-isosceli-rettangoli. Non vi dico poi la goduria di ristudiare geografia (io ho scoperto di essere di un’ignoranza abissale).

Purtroppo vi renderete anche conto che il tempo è passato e la memoria non è più quella di un tempo; vedrete i vostri figli memorizzare alla velocità della luce con schemi e mappe, mentre voi farete una fatica bestiale.
Colpa dei neuroni vecchierelli…



Letture consigliate:


Giacomo Stella “La dislessia”


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Immagine tratta da googe immagini

mercoledì 23 gennaio 2013

Impariamo a volare!




Come interagire con un figlio dislessico per aiutarlo? Chiedendogli di ragionare come noi? No! Fermi!
Dobbiamo imparare noi a pensare come lui: per immagini.

Vi accorgerete di quanto siete limitati non appena vi affaccerete sul suo mondo mentale: un universo fluttuante, dove per noi regna il caos, dove i giorni della settimana, i mesi e gli anni non sono un’ordinata rappresentazione che va da sinistra a destra, dall’alto in basso o da qui all’infinito, dove nulla è codificato verbalmente. No, tutto fluttua beatamente in un affascinante mondo immaginario.

Che cosa distingue il lunedì dal sabato?
Forse un colore, una sensazione; per mio figlio lunedì è brutto e freddo, sabato bello e solare. Tempo fa gli chiesi di farmi vedere dove fossero collocati nella sua mente i giorni della settimana: il lunedì è collocato in un punto del cielo, là in alto a sinistra dove fa freddo. Anche i mesi dell’anno sono in ordine sparso nell’universo fluttuante, tant’è vero che ancora oggi, a quattordici anni, non li ricorda in ordine.
Mi son sentita una palla mostruosa, una mediocre tapina quando ho pensato alle mie grigie sequenze che vanno da sinistra a destra, con giorni e mesi scritti nella testa, al confronto con le sue multisensoriali e caotiche proiezioni!

Se questo è un modo di pensare completamente astratto per noi e facciamo fatica a non verbalizzare i nostri pensieri, per loro è la norma, l’unico modo possibile. E se non hai dei cassetti ordinati da aprire, come fai a trovare le informazioni?

“Pensare per immagini si stima che sia complessivamente da 400 a 2000 volte più veloce del pensiero verbale” (“Il dono della dislessia” di Ronald D.Davis).

Una grande “marcia in più”, che purtroppo, scolasticamente parlando, crea una marea di problemi.
Partiamo quindi da questo presupposto e non impazziremo quando constateremo che nostro figlio non conosce la sequenza esatta di mesi e giorni. Non ci chiederemo più: “ma com’è possibile che alla sua età non sappia ancora l'ordine dei mesi dell’anno?” e soprattutto non lo stresseremo con quelle idiote filastrocche a memoria che non imparerà mai.

Soluzione possibile: il lunedì è giallo perché è acido, dopo il giallo viene …farlo scegliere a lui, ad esempio l’arancione che è un po’ più caldo per il martedì…e così via. Non li dimenticherà più.
Idem con i mesi dell’anno: colori, sensazioni, profumi, fiori,…marzo è rosa come le rose e viene dopo febbraio che è di tutti i colori per il Carnevale…via libera alla fantasia e alle emozioni. Novembre è brutto e triste e quindi è un puzzone ma per fortuna dopo viene dicembre che ha il cappello rosso di Babbo Natale e profuma di dolciàrisata assicurataàapprendimento.
Il bello è che questi ragionamenti si possono fare anche in macchina mentre si va a scuola, poi magari a casa si fa il disegno per fissare l’immagine/associazione.

Se poi vostro figlio è già grande, come il mio, e ancora vacilla su mesi e giorni fregatevene. Calendario sulla scrivania e cellulare in tasca risolvono il problema.
In fondo questa è una caratteristica molto “bohemienne”, che ha sempre il suo innegabile fascino…







Gli altri post de "UN CANE DI NOME BUONGIORNO": QUI
Guida semiseria per genitori e figli



 Immagini tratte da google immagini

domenica 20 gennaio 2013

Neve e tagliatelle alle castagne


Svegliarsi la domenica mattina sotto una coltre di neve.
Che bello restare in casa, guardare la neve fuori. Che bello cucinare, proprio come facevano le nostre nonne.

Da quando PapàC mi ha regalato la macchina per far la pasta, la famosa "Imperia", son tutta un fermento con produzioni varie di pasta fatta in casa, dalle lasagne ai "tajarin" ai ravioli che mi son venuti uno schifo ma la prossima volta andrà meglio.

Quando mi acchiappano questi metereo-attacchi dell'iper-massaia, il mio sito preferito è giallozafferano, fonte inesauribile di ricette perfette, ben spiegate e di sicura riuscita, ma questa volta ho trovato una ricetta interessante sul giornalino del Famila e ve la riporto, con qualche personale modifica.

TAGLIATELLE DI FARINA DI CASTAGNE CON SALSA DI TOPINAMBUR

Ingredienti (4 persone)

180 gr farina di grano duro
80 gr farina di castagne
2 uova intere
300 gr topinambour
4 fette speck (prosciutto crudo nella ricetta originale)
30 gr burro
30 ml panna
1 tazzina di latte
parmigiano reggiano
1 cucchiaio di olio
sale

Preparare la pasta per le tagliatelle unendo le due farine, le uova,  un bel pizzico di sale e un cucchiaio di olio di oliva. Se viene troppo duro e asciutto aggiungere poca acqua.
Tirare la pasta e poi procedere con le tagliatelle. Non spaventatevi se l'impasto non è elastico come quello che si fa di solito con la farina "00".





Ora pulire i topinambur armandosi di tanta pazienza, è una noia micidiale.
Invece di 300 gr come dice la ricetta, prendetene anche 100 gr in più, dato che molti se ne vanno pulendoli. Usare un pela patate è la cosa migliore.


Una volta puliti, tagliarli a dadini.
Sciogliere il burro in una padella e aggiungere i topinambur e mezza tazzina da caffé di acqua.
Far cuocere a fuoco lento 20 minuti con il coperchio. A fine cottura salare.



Togliere metà dei topinambur e metterli da parte.
Tagliare lo speck (o prosciutto crudo) a striscioline e aggiungerle in padella facendo rosolare qualche minuto (tenere qualche strisciolina di speck da parte per guarnire i piatti alla fine).
Mettere i topinambur lasciati da parte in un minipimer e frullarli con poco latte.
Mettere nuovamente questa crema in padella unendo anche la panna. Aggiustare di sale. Pepare se piace.

Nel frattempo portare a ebollizione l'acqua salata e cuocere le tagliatelle (7-8 min circa).
Scolare le tagliatelle e unirle in padella. Aggiungere il parmigiano reggiano grattugiato e infine servire nei piatti guarnendo con le striscioline di speck.


Come si dice dalle mie parti..."bon aptit", che si legge "bunaptit".

venerdì 18 gennaio 2013

Uomini donne e fischi


Internet è pieno di forum sull'argomento "uomo che fischia alla donna che passa".
Donne indignate, uomini tacciati di essere dei cafoni...di tutto di più.
Non molto tempo fa mi fece sorridere Giulia Innocenzi che, sul suo blog, si chiedeva, in quanto molto infastidita, perché gli uomini le fischiassero per la strada.
Ora vi dico la mia.

Ecco le reazioni delle donne al fischio dell'uomo, in base all'età, in una classica situazione: i muratori al lavoro, lei che passa e vai con i fischi.

Ragazzina (fino ai 18-20 anni ai miei tempi...ora l'età si è abbassata): si fa tutta rossa, oddio che cos'ho che non va? Il sedere grosso? Le tette piatte? Vuole scappare, non si gira e accelera il passo...e se poi mi stuprano??

20-30 anni: sicura di sé, se l'aspetta e il fischio arriva puntuale. Non si volta, testa alta passo sicuro, il fianco oscilla impercettibilmente di più. Che cavolo vogliono 'sti deficienti? Ma che si credono, che io li guardi? I soliti allupati...

30-35 anni: spesso già provata da gravidanze e con qualche chiletto in più la sicurezza vacilla, ma il fischio, quasi rassicurante, arriva. Magari lei ha il passeggino al seguito ma si concede un compiaciuto e accattivante sorriso, tanto sa che nessuno ha intenzione di stuprarla. Non che li ringrazi, ma in fondo le fa piacere constatare che piace ancora.

40 anni e oltre: se non si veste in maniera appariscente il fischio è più raro, salvo trovare l'estimatore. E a quest'età, strappare il fischio grazie al look succinto, rischia di cadere nel grottesco se non addirittura nel patetico. Si iniziano a ricordare i fischi con nostalgia, quasi come una dolce musica che accompagnava le nostre passeggiate. Li davamo per scontati...
Ma mettiamo che LUI fischi: lei non ci crede, pensa che fosse indirizzato a una ragazzina. Poi, con abilità da donna navigata, sbircia nel finestrino di un'auto parcheggiata che funge da specchio e vede che lui la sta guardando. Forse il muratore non vede bene, forse è gerontofilo, forse ha perso la mamma quand'era piccolo...
Ma chi se ne frega delle motivazioni. Fatto sta che LUI le ha regalato un istante frizzante, anzi forse le ha proprio rallegrato l'intera giornata.
Torna indietro e gli stringe la mano: "Grazie, se tu non fossi così giovane ti darei pure un bacio".
Poi tutta trulla torna a casa e già si pregusta la goduria di dirlo al marito che ovviamente non ci crederà.

Conclusione:  ragazze godetevi i fischi dato che non dureranno per sempre e, cari uomini, non smettete di fischiare: sarà cafone, ma fa un gran bene alla salute (e all'autostima).
Parola di mamita Simo. 



Foto tratta da google immagini

mercoledì 16 gennaio 2013

Le minchiamamme: pericolo scampato?

Guida semiseria per genitori e figli "DSA"



Categoria che proprio non sopporto. Le prenderei tutte a schiaffoni, ma non potendo mi limito a denigrarle sul mio blog, dove tutto sommato godo di relativa libertà.

Le minchiamamme sono quelle fanatiche che, quando il piccolo è ancora nella pancia, già hanno deciso che sarà il più furbo-intelligente-dotato sulla faccia della terra.
Sarà il primo a spannolinarsi, il primo a camminare, il primo a mangiare da solo. Alle elementari sarà il più bravo e il più intelligente, idem alle medie. Poi farà il liceo, che ormai tanto tutte le scuole si chiamano licei, quindi le va pure bene, alla minchiamamma. All’università ne saprà più dei professori e avanti così in un turbine di grandi successi. Praticherà lo sci-il nuoto- il tennis-la pallavolo e suonerà (magnificamente) uno strumento.

I casi sono due: se la minchiamamma è fortunata, andrà davvero così e lei si esalterà sempre più, si proietterà completamente sul poveretto che dovrà dare così un senso all’insulsa vita della cretina madre; nel secondo caso il figlio non risponderà alle aspettative e la minchiamamma si sminchierà, diventando una normale mamma come tutte e magari anche simpatica e umana.
Il tipo inferiore di minchiamamma, quella proprio deficiente irrecuperabile, andrà in depressione totale (cavoli suoi).

Le mamme “DSA” sono marce di colloqui frustranti con gli insegnanti, non ne possono più di sentirsi dire che i figli non capiscono un tubo e sono lenti e non copiano dalla lavagna e non è mica vero che sono dislessici perché sono solo distratti…talmente stufe che, mentre aspettano il loro turno davanti all’aula, sentire lo starnazzamento delle minchiamamme gasate come bertucce dei dieci a ripetizione dei loro pargoli, provoca loro istinti omicidi.

Purtroppo esistono anche le minchiamamme DSA: son quelle che hanno girato il punto di vista e ti dicono che il loro figlio, proprio perché dislessico, è il più intelligente di tutti tipo Einstein e magari anche figo come Tom Cruise, entrambi dislessici. Niente di più folle, chiedere al proprio figlio di essere un genio: probabilmente, nel 99 % dei casi, il bambino sarà pienamente consapevole di non essere né un genio, né uno strafigo e in più dislessico, quindi doppiamente frustrato.

Imbecilli a parte, in linea di massima noi mamme DSA dovremmo essere meno a rischio di diventare minchiamamme. Occhio però…



immagine tratta da google immagini

giovedì 10 gennaio 2013

Un cane di nome Buongiorno



Disegno di Aladar (M.G.)

Ricordi quella volta, alle elementari, in cui la maestra ti fece leggere il nome del cane che si chiamava CAIO e tu leggesti "CIAO"?
La maestra ti disse "Ma no, leggi bene, non si chiama CIAO..."
E tu: "Beh, allora si chiamerà BUONGIORNO!".
Quanto risero le maestre! Se avessero riso meno e capito di più ci saremmo risparmiati anni di incubo.

"Leggi bene": questa frase apparentemente normale, è un vero e proprio incubo e un paradosso per i bambini dislessici.

Certo che ora, alle superiori, non diciamo che sia tutto risolto, ma va decisamente meglio.
Grazie alla certificazione, agli insegnanti intelligenti alle medie e superiori, ai consigli degli esperti e al mazzo che ci siam fatti per anni e anni...nonché alla nuova legge.
Schemi multicolor e via libera alla fantasia per studiare, la mamma lettrice ufficiale (sempre meglio degli asettici lettori automatici) e tanta pazienza.

La soluzione c'è, ci si arriva piano piano insieme. E' dura ma ce la si fa.
E alla fine ci si ride anche sopra a quell'inglese "bastardo" che non entra proprio così come alle tabelline imparate come una canzone. Ai "flying books", i libri volanti tirati nei momenti di nervoso ...

Dai, perché no, scriviamo, raccontiamo la nostra esperienza, i trucchi per farcela, le strategie di sopravvivenza e di come siamo arrivati a riderci su. Non come esperti, come mamma e figlio. Chissà, magari aiutiamo qualcun altro.
Dai, dai...che figata!!


Nasce così l'idea di questa nuova avventura da scrivere a quattro mani: una guida per genitori e figli con "DSA", che sembra tanto una cosa brutta ma non lo è.

Non un trattato sulla dislessia e disturbi vari di apprendimento: ce ne sono tantissimi autorevoli; semplicemente un vademecum dalla scoperta del problema fino alla soluzione.
Vi racconteremo, nello stile di questo Blog, tra il serio e il "nonserio", di come abbiamo imparato a fare gli schemi alle elementari e medie, dei riassunti che sono ancora emeriti mostri... di   calcoli matematici e dell'italiano come il cinese...ma non anticipo troppo.

E' vero, i casi sono tanti e diversi e soprattutto di diversa entità, ma questa è la NOSTRA esperienza e speriamo possa servire a qualcun altro; inoltre so che leggono questo blog più persone interessate all'argomento.

Ogni post verrà archiviato nell'etichetta "UN CANE DI NOME BUONGIORNO".
Buona lettura...si fa per dire!


domenica 6 gennaio 2013

Maledetta comodità!

Basta lenzuola, con il pezzo sotto, il pezzo sopra e le coperte! 
Le usiamo solo più in Italia, le mamme europee mica stanno a perder tempo come noi: lenzuolo con angoli e sopra il piumone con il sacco. La mattina, in 3 secondi fai il letto che neanche te ne accorgi.
Ci ho messo un po' a scrollarmi di dosso le radicate abitudini ereditate da mamme e nonne e sono partita alla conquista di IKEA, sentendomi una gran figa. 
Bellissime le fantasie, soprattutto quelle per i bambini, colorate e coordinate...animaletti gufetti fiorellini...
Acquisto quindi due trapunte-caldo 5, sacco, lenzuolo e federe di ricambio; un paio di parures per Aladar (letto una piazza e 1/2) e altrettante per il Piccolo Tigro, cioè quattro completi, una cifra. 

Tutta felice ho dato una svolta alla mia vita, cacciando i sensi di colpa perché pure quelli mi son venuti, come se, un lenzuolo in meno, significasse trascurare le creature e non adempiere appieno ai miei doveri.
Relativamente facile con il singolo, non ci ho messo un granché a vestire il piumone...ma con quello grande ho sudato, imprecato e rischiato di buttare tutto nella spazzatura.
Piega il piumone, infila il sacco, ma il sacco è storto, cerca gli angoli, pinza gli angoli,  infilati nel sacco con la testa prima per sistemarlo, esci dal sacco, inciampati, cerca nuovamente gli angoli. Suda, suda...
Non è possibile, mi son detta. Sicuramente le svedesi conoscono il trucco!
Cerco su internet e trovo gente disperata quanto me:


Un altro dubbio mi assale: ma gli svedesi ogni quanti giorni cambiano le lenzuola? Ogni 6 mesi?
Non usando il lenzuolo sopra, il sacco funge da lenzuolo, quindi se non ogni settimana, almeno una volta ogni 15 giorni andrebbe cambiato, no? E io ogni 15 giorni mi devo fare un calvario del genere??? 
Per non parlare di quanto sono odiosi da stirare 'sti sacchi che non si piegheranno mai precisi come le vecchie lenzuola della nonna.

Ho poi trovato un video che spiega un trucchetto, che in realtà con i piumoni grandi e molto spessi non è che funzioni granché (io da sola non ce la faccio a fare la manovra!). Ma a quanto pare è l'unico sistema.

Mah, sarà anche più veloce rifare il letto la mattina, ma la paghi cara tutta 'sta comodità. Salvo dormire nello sporco. Che fa molto europeo.






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