giovedì 21 aprile 2011

Il Flamenco ed io

Sara Baras

Tempo fa un'amica, Manu, mi chiese: "Perché ti piace così tanto il flamenco?"
Mi vennero alla mente così tante e forti sensazioni che non seppi risponderle.
In effetti non lo so dire in due parole.

So solo che, da quando ragazzina vidi uno spettacolo di una bailaora di cui non ricordo più il nome, fu amore a prima vista, uno schiaffo in pieno volto, una doccia fredda.
Andai dietro le quinte a chiederle dove insegnasse (mi disse in Emilia Romagna...accidenti così lontano?). Conservai per anni nel cassetto della mia scivania il suo numero di telefono.
In quegli anni di flamenco ce n'era ancora poco qui in Italia, ma questo non mi impedì di informarmi, documentarmi: i film di Carlos Saura, i dischi (allora c'erano ancora i dischi in vinile)...quel 33 giri di mio padre che ho consumato era di Paco Peña...

A vent'anni avevo ormai interiorizzato il sentire di un'arte, ma non avevo gli strumenti per esprimerla.
Quando finalmente trovai un corso di flamenco fu la realizzazione di un sogno, come quando, bambina, convinsi mia madre a portarmi in una scuola di danza classica, primo grande amore.
Iniziai a cercare di apprendere con avidità quegli strumenti che mi avrebbero permesso di esprimere un sentire tanto profondo e interiorizzato.
Ma il flamenco non è semplice.
Per arrivare a possedere e gestire l'arte del baile ci vogliono tanti anni, con la reale possibilità di non arrivarci mai. Per chi non ne fa una scelta di vita ma un hobby, il traguardo resta in genere un miraggio lontano.

E così il Flamenco diventa uno specchio, un misurarsi con se stessa, una sfida.
Passano gli anni, e questo è un vantaggio: il flamenco si balla meglio nella maturità perché si è più ricchi dentro, perché si è inevitabilmente sofferto di più.
Flamenco infatti non è leggerezza o allegria, ma un vero e proprio sfogo emozionale, a volte grido di dolore, lamento. Riecheggiano nel flamenco i canti dei gitani diseredati, poveri, disperati, costretti a nascondersi perché perseguitati. La forza del flamenco è questa. La forza della cultura di un popolo.

Un Blog titola un post così 
 Flamenco: la música del dolor y la persecución

Passano gli anni, dicevo. Tante volte sono stata costretta ad allontanarmi ma sono sempre tornata, un po' come si torna da un amante lontano che un po' ami e un po' odi. Lo vuoi lasciare perché è vero che ti dà tanto, ma ti fa anche soffrire e non sarà mai tuo fino in fondo. 
E ogni volta in cui ritorni, la passione è più forte ancora, nonostante gli anni in più, gli impegni in più, i figli in più...

Con nuova e rinnovata passione mi sono ritrovata così ogni volta ad avere qualcosa di nuovo da "raccontare" ed ho anche imparato ad accettare i miei limiti. Non importa se non so zapateare come Sara Baras, non importa se la vuelta quebrada non la imparerò mai, non importa se ad ogni golpe la sciatica mi dà una scossa lungo tutta la gamba.
A quarant'anni, finalmente, ho imparato a godere appieno del flamenco, a sentire le emozioni fin nel profondo dell'anima...e questo è, secondo me, "bailar".


Per chi fosse interessato, vi allego il link di un sito molto interessante che raccoglie interviste a tantissimi artisti del panorama flamenco.
Un'intervista in particolare mi sta a cuore, quella a Simona Di Spirito, mia adorata maestra e grande bailaora:

martedì 19 aprile 2011

Follia differenziata: con le mani nella monnezza


Pronti, via!
Anche nel mio quartiere da ieri, lunedì 18 aprile, è iniziata la raccolta rifiuti differenziata "porta a porta".
Come disse il nostro Sindaco: "Una sfida importante, un dovere di tutti". Giusto.

Prima si è partiti dai residenti "a destra" del fiume Ellero, ora è la volta di noi "a sinistra"...ma da che parte bisogna guardarlo 'sto Ellero?!?
Perché invece non hanno diviso la città in "a est" e "a ovest" almeno c'era un riferimento geografico preciso o magari "a nord dell'Ellero" e  "a Sud dell'Ellero"? Forse per evitare ripercussioni razziste ai danni dei poveri terroni finiti a sud del fiume...

Eravamo pronti noi, prontissimi per partire ligi al dovere: da mesi ci siamo attrezzati con bidoni e bidoncini estraibili da sotto al lavandino con super rotaia, altri bidoncini nel vano caldaia sul balcone, tutto rigorosamente IKEA, geniale nell'offrire soluzioni a chi ha poco spazio.
Da parecchio tempo ci eravamo abituati a differenziare: plastica, carta, organico, vetro. Non temevamo nulla, noi. Almeno credevamo...

Ma questa è stata una doccia fredda: ci arriva un opuscolo con centinaia di voci e la relativa indicazione di dove differenziare che ti fanno rimpiangere la cara vecchia pattumiera come un miraggio lontano.
Viene contemplato tutto con precisione maniacale: lo stick del rossetto va qua, ma il tappino va là, e i giochi in plastica vanno smantellati di ogni parte elettrica, la plastica qua, il metallo là, nell'area ecologica che dista un paio di Km da casa...tutto è codificato, dai capelli allo scotch ai chiodini ai fili di lana. TUTTO!!! 

Da un paio di giorni siamo entrati in ansia.
Ieri, dopo la doccia, ho estratto il solito bel gruzzolo di capelli neri dallo scarico (tinta fresca...). Con il panico, tutta sgocciolante, sono andata a guardare il libretto di istruzioni: sollievo, posso buttarli nell'indifferenziata, ergo la buona vecchia pattumiera di una volta.
I calzini di Nylon? Indifferenziata. Ma il calzino bucato in cotone di PapàC NO, quello va negli abiti usati / area ecologica (come faccia PapàC a bucare un calzino al giorno, quello è un altro discorso).
E il cartone della pizza? Nella carta, direte voi.
NO! ERRORE! Va nella carta se è poco unto (qual è il criterio per stabilire il poco unto???). Se è troppo unto va nell'indifferenziata=RSU=rifiuti solidi urbani=sacco grigio.
E i quaderni usati da buttare? Nella carta, certo, ma privati dei punti metallici...e le bottiglie di plastica? Nella plastica(=sacco giallo), ovvio, ma senza il tappo che è di plastica ma non va nella plastica e c'è chi li raccoglie (non ho ancora capito dove vadano a finire). Ah, poi bisognerebbe anche togliere il pezzettino di plastica attaccato al tappo e anche l'etichetta che va nella carta.
Poi bisogna sciacquare tutto, dopo averlo sezionato in parti. In pratica dopo una cena di una normale famiglia di 4 persone ci vuole un'ora per differenziare.

E gli avanzi del cibo? Facile: organico...Sì, ma sgocciolati, e il più possibile asciutti perché ci hanno distribuito dei sacchetti di carta tipo carta per il pane che sono talmente biodegradabili che iniziano a biodegradarsi appena li guardi...e come cavolo faremo con le bucce dell'anguria??? Le asciugheremo al sole prima di buttarle? Col phon? Nel forno?
Vediamo se avete capito, facciamo un esercizio: dove va la carta dell'ovetto Kinder? E il contenitore giallo della sorpresa? E la sorpresa? Vi lascio nel dubbio, sono sadica.



Nessun problema se le indicazioni fossero linee guida, istruzioni con un minimo di tolleranza. Il fatto è che non c'è tolleranza e i Vigili già stanno con le mani nella monnezza (nel vero senso della parola) per scovare chi sbaglia e rifilare salate multe da 300 a 500 Euro che andranno ad arricchire le casse comunali.
Nel caso di abitazioni mono famiglia paghi tu, nel caso di condomini si divide la multa tra tutti. E poi, vai a trovare chi ha differenziato male per riempirlo di botte.

E così, questa psicopatica raccolta differenziata ha già il sapore di una spada di Damocle sulla testa di noi cittadini, che ci vediamo nevroticamente condannati a differenziare anche le caccole del naso sotto l'occhio vigile dell'Autorità che sta lì ad aspettare che sbagliamo. Ed è ovvio che, prima o poi, sbaglieremo.

Ieri ho raccolto un bel po' di cacca del mio cane dal giardino, cosa non contemplata dall'indice. Ho cercato la voce "feci", "escrementi", "cacca di cane" "merdina di animali"...niente, solo la voce "piccole lettiere di animali domestici". Ho chiesto alla mia vicina che ha studiato a memoria tutte le voci (vuole la laurea in differenziazione e master) e mi ha confermato che la cacca fa concime: organico!

Non avendo raccolto la cacca di Mati a mani nude, ma tramite un sacchetto in plastica, mi sono poi accorta che il sacchetto non era in "MaterB"...quindi mi restavano poche alternative:

A) Togliere con le mani o travasare alla meno peggio la cacca di Mati dal sacchetto in plastica e metterla in un sacchetto biodegradabile e buttarla nell'organico lavando poi il sacchetto in plastica per poterlo buttare nella plastica.
B) Prendere la cacca di Mati e lanciarla per aria dalla disperazione e insegnare a Mati a cagare nel water come noi...e sarebbe anche ora!
C) Ho scelto la terza opzione: ho cucinato la cacca di Mati per cena e ce la siamo mangiata...molto meno stressante che differenziare... e poi, con tutta la merda che mangiamo quotidianamente, non è stata neanche così cattiva.

Immagine tratta da google immagini

P.S. (a titolo informativo): ho poi scoperto che le cacche dei cani non vanno nel biodegradabile, in quanto hanno una carica batterica...quindi niente laurea alla vicina...

lunedì 11 aprile 2011

Abbiamo regalato il passeggino!


Abbiamo regalato il passeggino! Da almeno 1 anno non ne voleva più sapere. E' un tipo dinamico lui, sempre in movimento.
Sabato mattina, a passeggio per le vie di Cuneo, il Piccolo Tigro se n'è uscito così:
"INO!!"
Come hai detto amore?!?
Dato che ormai lo sa che non capisco un tubo del suo contorto linguaggio, me lo ha indicato vedendo un fortunato bimbo passare, comodamente seduto sul passeggino: "INO!!"
Mi son sentita svenire, complice il caldo afoso che c'era già alle 11 del mattino in una della città in teoria più fresche d'Italia.
Risultato: mi son fatta tutta Via Roma col piccolo in braccio con tanto di riacutizzazione di mal di schiena e sciatica. E depressione. E lui che continuava...ino, ino, ino....
Così imparo a regalare il passeggino prima dei tre anni.

Immagine tratta da http://www.tatoetatashop.it/public/categorie/passeggini.jpg

martedì 5 aprile 2011

Una fiaba

Foto Elvira Rita Gorga

C’era una volta…
un bambino di nome Ieio che amava tanto gli animali. Li amava e li aiutava, proprio come il suo eroe "Vai Diego!".



Ieio aveva un amico speciale, un gabbiano di nome Giobbe, un gabbiano bellissimo, con il petto candido e grandi ali grigie.
foto Corrado Cordova

Ogni volta in cui andava al mare con la sua mamma, il suo papà e il suo fratellone Meme, Ieio correva in spiaggia a salutare il suo amico Giobbe, che non appena lo vedeva iniziava a volteggiare felice e a salutarlo con allegri versi.

foto Corrado Cordova

 Un giorno Ieio andò al mare e come sempre corse in spiaggia a salutare il suo caro amico, ma quel giorno di Giobbe non c’era traccia…aspetta, aspetta ma Giobbe non si faceva vivo.
Ieio era proprio triste e allora chiamò gli amici di Giobbe, alcuni gabbiani che di solito volavano con lui e chiese loro se avevano notizie del suo amico.

-E’ accaduta una cosa terribile!- gli dissero i gabbiani –Giobbe è rimasto incastrato in una rete di pescatori mentre cercava di mangiare dei pesci appena pescati! E' sulla barca dei pescatori…vedi, è laggiù, al largo...-

foto Corrado Cordova

Allora Ieio pensò che solo lui avrebbe potuto salvare Giobbe; prese quindi una barca rossa insieme a Meme. Remarono, remarono...fino alla barca dei pescatori che pensavano solo a pescare e neanche lo guardavano, il povero Giobbe che stava morendo.

Foto di Elvira Rita Gorga

Appena furono arrivati, Meme e Ieio videro il gabbiano, che non aveva più neanche la forza di muoversi: incastrato nella rete, aveva una zampina e un’ala spezzate.
Lo liberarono, lo portarono a casa e lo curarono: gli fasciarono la zampina, diedero la cremina all’ala e gli portarono tanti pesciolini gustosi da mangiare.
In pochi giorni Giobbe guarì e fu più bello e in forma di prima, così Ieio lo riportò alla spiaggia e lui spiccò il volo.

Da quel giorno Giobbe e Ieio furono i più grandi amici che ci siano al mondo e, ogni volta che Ieio va al mare, Giobbe gli vola vicino e gli manda tanti baci…i baci dei gabbiani, che sono i più bei baci che ci siano!

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