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Donne e veli



Quali e quanti sono i veli che portiamo?
Metaforicamente, velo è anche un modo di essere che non ci appartiene, che la società o la famiglia ci hanno imposto. Può essere anche l'isolamento, la solitudine, i tabù che non riusciamo a scrollarci di dosso.
Uscire sempre e solo in auto, senza mai passeggiare, incrociare altri sguardi, comunicare con gli occhi o con il sorriso, costituisce un velo di isolamento.
Fino all'estrema tirannia...il "burqa".

Questo è stato il tema di uno spettacolo presentato ieri sera nel teatro della mia cittadina, da un gruppo teatrale di Torino, l'Alma Teatro, dal titolo "Chador e altri foulards".

Uno spettacolo molto bello e uno spunto di riflessione...
E' meglio sentirsi le regine di uno spazio limitato come la casa, con ruoli ben definiti, o stare nel mondo?
...Com'è possibile che la donna col velo sostenga che solo così si sente protetta, rispettata, libera di essere se stessa?

Quante volte, noi occidentali "emancipate", guardiamo dritto negli occhi chi incontriamo per strada?
Poche, a pensarci.
Perché, se guardiamo un uomo negli occhi per più di tre secondi, penserà sicuramente che "ci proviamo", oppure "che cavolo vuole quella", oppure "m'ha guardato, mo' ci provo che ci sta di sicuro".
Quindi, sguardo fisso davanti a noi e mento alzato. Niente sorrisi, nessuna comunicazione. Tanti automi che girano per le strade. E, se siamo vestite in modo minimamente provocante, passo sicuro e aria da dura, così da dissuadere qualsiasi potenziale stupratore. Che poi ci dicono anche che l'abbiamo provocato noi.

Chi ha più veli? La donna con il chador o quella che si veste da maschiaccio, perché magari rifiuta la propria femminilità, o quella in minigonna vertiginosa che interpreta il  ruolo della fatalona, o quella che ingrassa a dismisura per dimenticarsi di se stessa? Sono queste le provocazioni lanciate dalle tre brave attrici in scena.
A chi legge l'ardua sentenza.

La cosa bella è che lo spettacolo in oggetto si è svolto in occasione della presentazione di un libro, che ritrae con commovente delicatezza il percorso fatto da donne di diverse culture che si sono incontrate per alcuni mesi nell'ambito di un laboratorio interculturale, il progetto "Penelope".
Da questi incontri sono nati tanti lavori artigianali, tessuti, ricami, gioielli, abiti,...e questo libro, intitolato "Nei nostri panni".


Cucendo, ricamando, disegnando queste donne "che di pretese ne hanno veramente ben poche" sono entrate a poco a poco in intimità, in modo inconsapevole.


"Le scarpine di lana sono nate così. (...)Erano i primi tempi, eravamo ancora incerte, faticavamo a prendere un'iniziativa. Poi sono arrivate Amal e Fatima, con il loro pancione di mamme in erba: fu guardando quei due mappamondi che F. la saggia, quella che ne sa una più del diavolo, tirò fuori da chissà dove un uncinetto (...)
...Quello fu il giorno in cui raggruppammo un filo, lo lavorammo pensando ai nostri figli e per noi stesse, sul serio ma anche per gioco; attraverso quel filo ci raccontammo e un po' più a fondo ci conoscemmo."


Sono questi i miracoli dei nostri giorni. Vedere, ieri sera in teatro, gli occhi che brillavano sui volti di quelle donne. E rincuora pensare che ci sia così tanta gente che lavora per unire e per costruire, mentre il mondo pare andare in senso contrario; la mia amica Pina, nicaraguense, è una di queste, una donna che brilla di luce propria perché il suo cuore è pieno di amore. Lei ti guarda e ti inonda di sole.
"...per esempio, in situazioni di incertezza come queste, lei sa da dove cominciare. Suggerisce e consiglia con quel tono leggero di chi riesce a trovare le soluzioni semplici ai problemi complessi."

Per chi volesse dare il proprio contributo, il libro è distribuito dalla Cooperativa Caracol e dall' Associazione MondoQui 

Le altre associazioni che fanno parte del progetto:
Associazione l'Anello forte di Magliano Alpi
Centro Servizi per il Volontariato Cuneo



Donne con velo: Immagine tratta da google immagini
Nei nostri panni, copertina del libro, tratta da MondoQui

Commenti

  1. Mezz'ora fa, prima di leggere questo post, sono arrivato al portone del mio condominio ed ho incontrato la coppia di arabi che stanno nel mio palazzo; lui mi ha salutato ed io ho risposto al saluto, ma salutare sua moglie non ho osato, un lungo burqa nero la copriva dalla testa ai piedi, forse avrei potuto intravedere i suoi occhi, ma non ho osato, forse potevo salutare guardando altrove ma non ho osato. Comprendo tutti i discorsi per addobbi e costumi, ma il burqa vuole determinare una distanza con il resto del mondo e ci riesce.
    ciao

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  2. Infatti, l'ho chiamato estrema tirannia, riprendendo l'ultima battuta dello spettacolo. Un saluto a te, grazie per essere passato di qui e benvenuto!

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  3. Deve essere stato uno spettacolo bellissimo! E i tuoi spunti di riflessione sono interessanti...
    E' vero, raramente, quando cammino per strada guardo qualcuno dritto negli occhi ed è vero che qualcuno si sentirebbe autorizzato a provarci istantaneamente, in effetti poi sono anche distratta e capita che mi passino davanti persone che conosco e nemmeno me ne accorgo (ma questa è un'altra storia)... e veri sono anche i discorsi dei vari tipi di veli... non ci avevo riflettuto mai, anche se il burqua è quello che di certo fa più "impressione".

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  4. Mi sarebbe piaciuto assistere a questo spettacolo, per fortuna ho letto il tuo post pieno di verità e di spunti interessanti per riflettere. Buona domenica, un abbraccio.

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  5. C'è molto da riflettere su questo post...

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  6. nella cultura orientale guardare negli occhi è quasi una sorta di insolenza, mancanza di rispetto... e ciò purtroppo credo si stia estendendo anche alla nostra cultura.
    non so, io non riesco a non guardare negli occhi le persone che mi circondano... sarebbe come rinunciare ai rapporti interpersonali, sempre più fatti di apparenza, carne ed asetticità.
    buona domenica ;)
    marco

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  7. proprio non riesco a tollerare il burqa. e non solo per il fatto che non faccia vedere lo sguardo.

    buona domenica.

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  8. Fra, è stato davvero bello, e anche io non mi ero mai fermata a riflettere sui nostri, di veli.

    Tizyana, ora ti dico buon lunedì...ahimé...

    Ciao Stella, benvenuta!

    Marco Michele, come dici tu lo sguardo è la prima comunicazione ed è anche l'unico modo per capire chi ci sta di fronte.

    Ciao Rossella, condivido. E' inammissibile, una violenza disumana.

    RispondiElimina
  9. Ciao, sono Claudio dell'associazione MondoQui. Grazie per il bel commento alla nostra iniziativa. Mi sono permesso di mettere un link a questo blog su quello di MondoQui: http://mondoqui.wordpress.com/
    Lì ci sono anche le numerose altre iniziative che facciamo, non solo per le donne, alle quali invito tutti a partecipare.

    RispondiElimina
  10. Tutto vero.
    Me il velo più grande che portiamo è quello (di Maya!) che ci impedisce di vedere questo: http://www.ibs.it/code/9788850322954/talbot-michael/tutto-e-uno.html


    p.s.
    sono d'accordo con tutti i banner del tuo blog :)

    RispondiElimina
  11. @Luca: lettura interessante...l'universo come ologramma...mi viene mal di testa solo a pensarci. Sarà che di fisica non ci ho mai capito un emerito tubo e raramente salivo sopra al tre politico (chissà se lo conosce la Gelmini...altro che 6 politico!). Forse un tale libro mi potrebbe schiudere nuovi orizzonti...mah, ci farò un pensierino...
    Ciao!!!!

    RispondiElimina
  12. @Carissimo Claudio, ho visto il tuo commento via mail, ma chissà perché non compare qui nei commenti.
    Ho provato a postare un commento sul vostro sito, ma anche qui ho incontrato problemi.

    Quindi, vengo al dunque: mi ha fatto un piacere immenso e mi ha emozionata davvero vedere che hai linkato il mio post sul vostro blog MondoQui:
    http://mondoqui.wordpress.com/2009/05/05/hello-world/
    Ti ringrazio di cuore e rinnovo i complimenti per le belle iniziative che portate avanti come associazione.
    A presto!

    RispondiElimina

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Grazie per i graditi commenti, ma grazie soprattutto per aver avuto la voglia di leggermi...

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